Le piazze europee aprono la settimana con un tono incerto, sospese tra la nuova proposta iraniana sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e un greggio che resta saldamente sopra i 100 dollari al barile. Wall Street si muove poco distante dai massimi storici toccati venerdì, mentre dietro al rumore geopolitico scorrono dati fondamentali che, probabilmente, conteranno molto più dei titoli di giornata.

Europa contrastata, Milano regge sopra 47.700
Il Ftse Mib si conferma intorno a quota 47.705 punti in mattinata, con un guadagno frazionale dello 0,1% trainato dai titoli oil: secondo Milano Finanza, Saipem avanza di circa il 3,9% e Tenaris dell’1,5%, sostenuti dalla nuova fiammata del barile. Il Dax di Francoforte sale dello 0,1% e il Cac 40 di Parigi mostra un timido +0,1%, mentre Londra resta poco mossa. Lo Stoxx 600 cede invece lo 0,2%, appesantito dal comparto tecnologico (-0,6%) e dalle utility (-0,4%).
Sul fronte obbligazionario, lo spread Btp-Bund si allarga a circa 79,8 punti base, con il rendimento del decennale italiano che risale al 3,82%. Pesa probabilmente la decisione di Scope Ratings di non modificare il giudizio sull’Italia, lasciato a BBB+. L’euro si conferma intorno a 1,1673 dollari.
Petrolio: il vero protagonista della giornata
Il Brent oscilla tra 106 e 108 dollari al barile — secondo Trading Economics ha toccato un massimo intraday vicino a 108 — dopo che il fine settimana ha visto Donald Trump cancellare la missione in Pakistan degli inviati Witkoff e Kushner per i colloqui con Teheran. Il Wti viaggia in area 96 dollari, in rialzo di circa il 2%. L’Iran avrebbe intanto presentato agli Stati Uniti, attraverso mediatori pakistani, una nuova proposta che prevede la riapertura dello Stretto e il rinvio dei negoziati nucleari, secondo quanto riportato da Axios e ripreso da Reuters.
Il dato che merita attenzione: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito la situazione lo “shock dell’offerta più grande mai registrato”, e Goldman Sachs ha alzato la stima del Brent per il quarto trimestre a circa 90 dollari, con il prezzo del periodo ora “quasi 30 dollari più alto rispetto a prima dello shock di Hormuz”. Resterebbe da capire quanto di questa pressione si tradurrà in inflazione persistente: probabilmente molto, se il blocco proseguirà oltre maggio.
Wall Street: poco mossa, ma il quadro fondamentale è più solido di quanto sembri
A New York, in apertura di seduta, l’S&P 500 oscilla intorno alla parità, il Nasdaq cede circa lo 0,2% e il Dow Jones avanza dello 0,1%, secondo i dati riportati da CNBC e Yahoo Finance. Venerdì entrambi gli indici principali avevano chiuso ai massimi storici, sostenuti dalla trimestrale di Intel.
Ed è qui che, forse, va rivolta l’attenzione vera: la stagione degli utili è entrata nel vivo e i numeri sono migliori delle attese.
Il dato che (probabilmente) conta di più: utili USA e l’export di Taiwan
Secondo l’ultimo report FactSet del 24 aprile, con il 28% delle società dell’S&P 500 che hanno già pubblicato i conti del primo trimestre, l’84% ha battuto le stime sugli utili e l’81% sui ricavi. È una percentuale ben sopra le medie storiche: la media a 5 anni si ferma intorno al 77% sugli EPS. La crescita degli utili “blended” del trimestre si attesta al 15,1%, in netto miglioramento rispetto al 13% della settimana precedente e probabilmente destinata a salire ancora: se l’andamento storico si conferma — circa 7,2% di sorpresa positiva media nelle ultime quattro trimestrali — il dato finale potrebbe avvicinarsi al 19%, livello che non si vedeva dal Q4 2021.
Tradotto: nonostante la guerra, lo shock energetico e l’incertezza sui tassi, le aziende americane stanno continuando a fare margine. Il margine netto blended è al 13,4%, potenzialmente il più alto mai registrato da quando FactSet ne traccia il dato (2009).
E poi c’è Taiwan, un indicatore che gli operatori più navigati guardano con grande attenzione perché tipicamente anticipa lo stato di salute del commercio globale e della domanda tech mondiale. I dati di marzo, pubblicati dal Ministero delle Finanze di Taipei e ripresi da Trading Economics e Focus Taiwan, parlano chiaro: export a 80,18 miliardi di dollari, in crescita del 61,8% su base annua, record assoluto e ben oltre le attese di mercato (+33,2%). Il primo trimestre si è chiuso con esportazioni a 195,74 miliardi (+51,1%) e un surplus commerciale più che raddoppiato a 52,96 miliardi.
Il traino arriva soprattutto dall’elettronica e dall’AI: i prodotti di information & communication sono balzati del 134,5% su base annua, i semiconduttori del 45,7%. Gli ordini di export — che secondo Trading Economics sono un indicatore leading per la crescita del PIL taiwanese — sono cresciuti a marzo del 65,9% annuo, il salto maggiore degli ultimi 16 anni. La spinta è arrivata in larga parte dalla domanda americana (+124% le esportazioni dirette negli USA, dopo l’accordo che ha ridotto le tariffe dal 20% al 15%) ma non solo: anche ASEAN (+59,8%), Cina e Hong Kong (+27,4%) ed Europa (+53,8%) hanno mostrato dinamismo.
Perché questi dati contano? Probabilmente perché Taiwan è il fornitore di chip e componenti elettronici per il mondo intero. Quando il porto di Kaohsiung lavora a pieno regime, vuol dire che a valle qualcuno sta ordinando — server AI, smartphone, automotive, infrastrutture cloud. È una fotografia in tempo reale della domanda globale che, almeno per ora, sembra robusta. Detto questo, gli stessi analisti taiwanesi avvertono che la crescita dipende da una risoluzione, anche solo parziale, della crisi mediorientale: il Paese importa oltre il 95% del proprio fabbisogno energetico e una crisi prolungata potrebbe ribaltare il quadro.
Cosa aspettarsi nelle prossime sedute
La settimana è densa di appuntamenti: oltre alle banche centrali (Fed mercoledì, BoE giovedì), 180 società dell’S&P 500 presenteranno i conti del primo trimestre, comprese alcune delle “Magnifiche Sette”. Il mercato sembra prezzare con il 100% di probabilità un mantenimento dei tassi USA, secondo il CME FedWatch, e questo lascia gli utili come unico vero catalizzatore di breve.
La sintesi possibile: il rumore geopolitico tiene gli investitori sulla difensiva, ma sotto la superficie i fondamentali — utili societari e domanda globale di tecnologia — restano probabilmente più solidi di quanto i titoli di giornata facciano credere. Il vero rischio resta l’ombra di Hormuz, e quella, almeno fino al prossimo annuncio, è una variabile che nessuno è in grado di prezzare con certezza.