
2 aprile 2026 — I mercati azionari europei aprono la seduta di giovedì con segno meno, spazzando via in parte l’ottimismo accumulato nelle ultime tre sessioni. Il FTSE MIB segna -1,49% a 45.034 punti, il DAX cede l’1,50% a 22.950, il CAC 40 lascia sul terreno l’1,12% a quota 7.892. Sostanzialmente meno colpiti il FTSE 100 (-0,65%) e lo SMI svizzero (-0,64%). Oltreoceano, invece, il quadro è diverso: S&P 500 a 6.575 punti (+0,72%), Dow Jones a 46.566 (+0,48%) e Nasdaq 100 a 24.020 (+1,18%), a conferma di una divergenza che probabilmente riflette la diversa esposizione al conflitto e alle tensioni energetiche.
Il catalizzatore di questa nuova inversione è, ancora una volta, Donald Trump.
Il discorso alla nazione che ha cambiato il sentiment
Nel suo primo discorso alla nazione dall’inizio del conflitto, lo scorso 28 febbraio, Trump ha dichiarato che la guerra in Iran proseguirà per altre due o tre settimane, promettendo di “finire il lavoro molto in fretta” dopo aver ottenuto “vittorie rapide, decisive e schiaccianti”. Un messaggio che non ha offerto la chiarezza che i mercati stavano cercando — anzi, ha riacceso timori che si erano temporaneamente sopiti.
Il problema non è tanto quello che Trump ha detto, quanto il contrasto con le aspettative che lui stesso aveva creato solo 24 ore prima. Martedì, il presidente aveva lasciato intendere ai giornalisti che gli attacchi sarebbero probabilmente cessati entro breve. Mercoledì, il rimbalzo è arrivato: Wall Street aveva vissuto la migliore seduta da quasi un anno, con l’S&P 500 in rialzo del 2,9% e il Nasdaq a +3,8%. Poi è arrivato il discorso serale, e il copione si è ripetuto.
Secondo quanto riportato dall’ANSA, nelle prime ore di oggi si sono registrate raffiche di lanci missilistici iraniani contro Israele, mentre secondo gli 007 americani Teheran non sarebbe disposta ad avviare negoziati sostanziali. Un contesto che, è ragionevole pensare, non farà altro che alimentare la volatilità nelle prossime sessioni.
Hormuz e gli alleati: il nodo irrisolto
Uno degli elementi che probabilmente pesa di più sulle valutazioni degli investitori è la questione dello Stretto di Hormuz — la via marittima attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Trump ha presentato la riapertura dello Stretto come una questione che riguarda le altre nazioni, affermando che gli Stati Uniti “saranno d’aiuto, ma dovrebbero essere loro a prendere l’iniziativa”.
Questa posizione contraddice quanto detto solo poche ore prima, quando aveva condizionato qualsiasi accordo alla riapertura del canale. Teheran ha smentito di aver avanzato richieste di cessate il fuoco, con un portavoce del presidente iraniano Pezeshkian che ha ribadito che l’Iran “è determinato a combattere”.
Secondo alcuni analisti, quello che accomuna le varie pause e i rinvii annunciati da Washington è la loro coincidenza con i picchi negativi sui mercati finanziari e con l’aumento dei rendimenti sui Treasury decennali, arrivati in alcuni frangenti al 4,5% — il che alimenta il sospetto che le mosse di Trump siano almeno in parte influenzate dall’andamento dei listini. Uno scenario che, se confermato, potrebbe paradossalmente offrire una sorta di “pavimento” al ribasso, ma al costo di una volatilità strutturalmente elevata.
Petrolio: sopra i 100 dollari, la soglia psicologica regge
Sul fronte delle materie prime, il greggio è tornato a salire dopo i movimenti altalenanti degli ultimi giorni. Il WTI si attesta intorno ai 100 dollari al barile, mentre il Brent scambia a circa 103 dollari, con i prezzi energetici che si consolidano sopra la soglia psicologica dei 100 dollari.
È un livello che pesa, e probabilmente continuerà a pesare, sulle prospettive di inflazione in Europa — un continente che, a differenza degli Stati Uniti, non gode di indipendenza energetica. Questo spiega in parte la divergenza tra i mercati americani, dove Wall Street regge o avanza, e quelli del Vecchio Continente, dove la pressione è più diretta.
Il pattern TACO e i rischi per chi investe
Tra i trader ha preso piede l’acronimo TACO — “Trump Always Chickens Out” — usato da chi scommette sul fatto che il presidente tenderà a fare marcia indietro rispetto alle sue posizioni più aggressive, specialmente quando i mercati reagiscono negativamente. È una strategia che ha funzionato in alcuni casi, ma che porta con sé rischi evidenti: affidarsi a questo schema significa scommettere sulla prevedibilità di un attore che di prevedibile ha ben poco.
Thomas Mathews di Capital Economics ha scritto che “gli effetti della guerra, in molti casi, persisterebbero anche se dovesse finire a breve” — un avvertimento che vale la pena tenere a mente per chi fosse tentato di puntare tutto su un rimbalzo rapido e sostenuto.