Le borse europee chiudono in rialzo, Wall Street apre positiva. Il confronto con il 2025 racconta però una storia più complessa, fatta di volatilità, inversioni a U e un mercato che sembra aver imparato — almeno in parte — a fare i conti con Trump.

L’Europa chiude bene, Wall Street parte in verde
La seduta di oggi, lunedì 30 marzo 2026, si è aperta con un tono generalmente costruttivo sui mercati europei, poi confermato anche dalle prime battute di Wall Street. Stando ai dati disponibili nel pomeriggio, il FTSE MIB si muoveva intorno a 43.710 punti (+0,76%), il DAX tedesco a 22.427 (+0,57%) e il CAC 40 francese a 7.743 (+0,54%). Positivo anche il FTSE 100 di Londra, probabilmente tra i più tonici della giornata con un +1,12% a 10.079 punti.
Sul fronte americano, al momento dell’apertura — tornata alle 15:30 ora italiana da oggi, con il riallineamento dei fusi orari dopo il cambio dell’ora europeo del fine settimana — i dati in tempo reale sembrano confermare un’apertura in linea con i futures, con l’S&P 500 che si muoveva attorno a 6.419 punti (+0,79%), il Dow Jones a 45.564 (+0,88%) e il Nasdaq 100 a 23.306 (+0,75%).
Il quadro macro: un trimestre difficile, con qualche spiraglio
Guardando al quadro più ampio, marzo 2026 si chiude con luci e ombre. La seduta del 27 marzo si era conclusa in forte ribasso, con il Dow Jones in calo dell’1,73% a 45.167 punti e l’S&P 500 che aveva lasciato sul terreno una quota rilevante, trascinato dai titoli tecnologici. Il rimbalzo odierno appare quindi, almeno in parte, come un recupero tecnico dopo la debolezza di fine settimana.
Vale la pena ricordare che l’S&P 500 aveva toccato il suo massimo storico il 28 gennaio 2026, a 7.002 punti, e che da quel livello l’indice ha ceduto terreno in modo significativo, riflettendo probabilmente l’incertezza legata alla politica commerciale americana e al quadro macro globale.
Il confronto 2025 vs 2026: cosa racconta il grafico

Il grafico che confronta l’andamento dell’S&P 500 nel 2025 e nel 2026, normalizzato a base 100 ad inizio anno, è forse il documento più eloquente di questo periodo. Nel 2025, l’indice aveva subito un crollo brusco fino a circa 85 (circa -15% dal punto di partenza) intorno al giorno 95-100 dell’anno — coinciso quasi esattamente con il famigerato “Liberation Day” del 2 aprile 2025 — per poi recuperare con forza fino a chiudere l’anno in zona +17/18%.
Nel 2026, la curva rossa mostra un andamento per ora molto più contenuto: oscillazioni tra 99 e 102, senza crolli ma anche senza la spinta che aveva caratterizzato la fase di rimbalzo dell’anno scorso. Si potrebbe dire che il mercato si trovi oggi in una sorta di “attesa vigile”, probabilmente consapevole che la storia potrebbe ripetersi — ma non necessariamente allo stesso modo.
Trump, dazi e il “Liberation Day” che pesa ancora
Il confronto tra i due anni non può prescindere dall’elefante nella stanza: la politica commerciale di Donald Trump. Il 2 aprile 2025, ribattezzato dallo stesso Trump “Liberation Day”, vide l’annuncio di dazi ingenti nei confronti di tutti i partner commerciali degli Stati Uniti. Gli algoritmi di gestione dei portafogli, basandosi su analisi economiche, avevano allora segnalato una possibile forte caduta dell’economia americana, innescando il crollo delle quotazioni.
Le azioni erano crollate, il dollaro e i titoli di Stato statunitensi erano scesi, e gli investitori avevano cercato rifugio nell’oro. I ribassi del mercato erano stati paragonati per intensità a quelli del crollo che aveva accompagnato l’inizio della pandemia di Covid-19 nel 2020.
Tuttavia, la storia ha poi preso una piega diversa. Il 9 aprile 2025, tra dichiarazioni contraddittorie, Trump aveva invertito la rotta rinviando molti dei dazi di 90 giorni, e il mercato azionario era rimbalzato sull’ottimismo che Trump avrebbe continuato a ritirarsi dalle tariffe più aggressive.
Un anno dopo, il quadro appare però più complicato. Secondo un’analisi di MilanoFinanza, i dazi non hanno prodotto i risultati promessi: i posti di lavoro nella manifattura sono calati, l’import e il deficit sono aumentati, e secondo la Fed di New York il 90% delle tariffe è stato pagato da consumatori e imprese americane.
Sul versante legale, la situazione si è ulteriormente complicata: la Corte Suprema aveva bocciato i dazi del “Giorno della Liberazione”, che prevedevano un’imposta base del 10% su tutte le importazioni e ulteriori dazi specifici tra il 15% e il 50% per la maggior parte dei Paesi. Trump avrebbe poi reagito imponendo un dazio globale del 10% destinato probabilmente a salire.
Cosa aspettarsi: la “TACO theory” e l’incertezza strutturale
Il mercato ha elaborato nel tempo una sorta di filosofia pratica per gestire l’incertezza trumpiana. Alcuni osservatori si chiedono se il 2026 non stia diventando una versione ingigantita del cosiddetto “TACO trade”, acronimo di “Trump Always Chickens Out” — ovvero mercati nevrotici in preda ai discorsi di un tycoon che fa inabissare le borse, poi volare, e di nuovo cadere.
È probabilmente questa la chiave di lettura più utile per interpretare il momento attuale. Il rimbalzo di oggi potrebbe essere genuino, oppure l’ennesimo rimbalzo tecnico prima di un nuovo episodio di volatilità. Secondo MarketScreener, le azioni potrebbero trarre beneficio da utili solidi nel 2026, ma il percorso della Fed resta incerto nel breve termine.
La seduta di oggi offre un respiro temporaneo dopo una settimana pesante. L’Europa sembra reggere, Wall Street apre in positivo, ma il contesto di fondo rimane fragile. Il confronto con il 2025 suggerisce che il mercato stia navigando con più prudenza rispetto a un anno fa, forse anche grazie alla memoria ancora fresca del crollo di aprile. Quello che accadrà nelle prossime settimane dipenderà probabilmente molto da Washington — e dalla capacità, o meno, di Trump di sorprendere ancora una volta i mercati.