Le borse europee si avviano verso una settimana che, almeno sulla carta, dovrebbe essere meno convulsa delle precedenti. Ma “dovrebbe” è forse la parola chiave di questo momento.

Il FTSE MIB ha chiuso venerdì 27 marzo intorno a quota 43.379 punti, in calo dello 0,7%, mentre i mercati continuano ad affrontare l’incertezza sui colloqui di pace in Medio Oriente, con il petrolio che sale alimentando i timori di stagflazione. Il saldo di marzo si preannuncia negativo, probabilmente attorno al -5% rispetto ai massimi di inizio mese, una correzione che riflette più di una semplice pausa tecnica.

Il countdown verso il 6 aprile

La variabile dominante resta il conflitto Iran-USA e la proroga della tregua voluta da Trump. Il presidente ha annunciato che prorogherà di 10 giorni, fino al 6 aprile, la sospensione degli attacchi contro gli impianti energetici iraniani, per concedere più tempo ai negoziati, dichiarando che l’Iran avrebbe permesso il passaggio di 10 petroliere attraverso lo stretto come gesto di buona volontà. Teheran, però, ha una lettura ben diversa degli eventi.

Il presidente del parlamento iraniano ha definito queste dichiarazioni «notizie false utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi». La Casa Bianca ha risposto che non tollera che alcun funzionario tragga profitto illegalmente da informazioni riservate, mentre la volatilità dei mercati e il quadro geopolitico restano altamente incerti.

Detto in modo più diretto: siamo probabilmente di fronte a un braccio di ferro comunicativo dove entrambe le parti sembrano giocare con le aspettative dei mercati. E questo è forse il problema strutturale più insidioso del momento, perché crea un ambiente dove ogni Tweet o post su Truth Social può spostare il Brent di 5-7 dollari nel giro di minuti.

Il petrolio: ancora sopra i 100 dollari

Il record del Brent quest’anno è stato toccato il 9 marzo a 119,5 dollari al barile. Nella seduta del 27 marzo il greggio ha segnato una fortissima crescita del 3,14%, attestandosi a 111,4 dollari al barile. I prezzi rimangono dunque su livelli che l’Europa non aveva visto da anni, con ripercussioni che si trasmetteranno probabilmente con un certo ritardo — ma inevitabilmente — sui dati di inflazione dei prossimi mesi.

Secondo le stime elaborate dalla BCE, un’interruzione di cinque settimane del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz ridurrebbe l’offerta di 10 milioni di barili al giorno, spingendo i prezzi verso i 120 dollari prima di una discesa verso quota 100 nel terzo trimestre, con l’inflazione nell’UE che salirebbe al 3,2% su base annua nel secondo trimestre. Lo scenario peggiore ipotizzato — due mesi di blocco parziale — porterebbe i prezzi a 150 dollari al barile, con conseguenze che sarebbe difficile definire diversamente da uno shock recessivo.

Lo spread e i BTP: un punto che vale la pena monitorare

Nelle sedute più tese di questa fase, lo spread BTP/Bund si è spinto oltre i 100 punti, in netto allargamento rispetto ai circa 60 punti base osservati prima delle tensioni geopolitiche, con i rendimenti dei titoli di Stato italiani che hanno raggiunto il 4,07%. Venerdì il dato si era parzialmente normalizzato, ma resta un indicatore da tenere d’occhio: ogni ondata di sell-off sui BTP tende ad amplificare l’effetto negativo su Piazza Affari, che resta strutturalmente più esposta rispetto ad altri listini europei per la composizione del suo paniere (banche, energia, costruzioni).

Stiamo prezzando troppo poco il rischio di un accordo mancato?

C’è un aspetto che i mercati sembrano forse stare sottovalutando. Secondo QatarEnergy, le riparazioni alle strutture danneggiate in Qatar potranno richiedere fino a cinque anni. Con le scorte europee di gas significativamente esaurite durante l’inverno, permane il rischio che la regione possa incontrare difficoltà a rifornirsi nei prossimi mesi, soprattutto in presenza di interruzioni prolungate e di una crescente competizione asiatica per il GNL.

Questo vuol dire che anche nell’ipotesi di un accordo raggiunto — magari entro il 6 aprile — le conseguenze strutturali sul mercato energetico europeo non svanirebbero dall’oggi al domani. Probabilmente assisteremo a un rimbalzo dei listini alla notizia di un cessate il fuoco, ma le valutazioni di medio termine dovranno comunque fare i conti con un’Europa che ha bruciato buona parte delle sue riserve di gas in condizioni di prezzo straordinariamente elevate.

Dall’altro lato, non bisogna nemmeno cadere in un pessimismo eccessivo. L’OCSE ha avvertito che la crisi in Medio Oriente porterà l’inflazione negli Stati Uniti al 4,2% nel 2026, il livello più alto tra i paesi del G7. Se Washington percepirà questo rischio come politicamente insostenibile, la pressione per chiudere rapidamente i negoziati potrebbe intensificarsi. E Trump — come già dimostrato più volte — è capace di cambiare rotta in modo imprevedibile quanto rapido.

In sintesi, cosa aspettarsi oggi

L’apertura di questa mattina sarà probabilmente condizionata da eventuali notizie notturne dai canali diplomatici (Pakistan e Turchia sembrano fare da mediatori). In assenza di sviluppi rilevanti, i listini potrebbero muoversi in un range ristretto, con il DAX probabilmente più volatile degli altri per la sua esposizione all’export e all’industria pesante. Il FTSE MIB, a sua volta, potrebbe essere penalizzato da nuove tensioni sullo spread se i rendimenti dei BTP dovessero riprendere a salire.