La giornata di giovedì si apre con il segno meno sui principali listini del Vecchio Continente. Il rifiuto di Teheran alla proposta americana di cessate il fuoco riaccende le preoccupazioni sul petrolio e sull’inflazione energetica europea.

Le borse europee hanno aperto la seduta di giovedì 26 marzo in territorio negativo, con i futures sullo EuroStoxx 50 e sullo EuroStoxx 600 che indicavano, già nel premarket, ribassi rispettivamente intorno allo 0,8% e allo 0,7%, secondo quanto riportato da MilanoFinanza. Un avvio che sembra il riflesso diretto di quanto accaduto nelle ultime ore sul fronte geopolitico: l’Iran ha dichiarato di voler respingere la proposta americana di cessate il fuoco, proponendo in alternativa un piano in cinque punti che — nella pratica — punterebbe a garantire a Teheran il controllo dello Stretto di Hormuz.
Se questa dinamica dovesse consolidarsi, le prospettive per i mercati europei nelle prossime sedute potrebbero restare difficili.
Il nodo Hormuz: perché fa così paura ai mercati
Lo Stretto di Hormuz è, probabilmente, il punto più sensibile per i mercati finanziari globali in questo momento. Attraverso questa via d’acqua transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio via mare, oltre a una quota significativa di GNL proveniente dal Qatar — fornitore chiave per l’Europa. Quando il transito rallenta o si interrompe, non è necessario che le forniture fisiche si esauriscano subito: basta il timore di una carenza per far impennare i prezzi.
Il Brent è tornato a trattare stabilmente sopra i 100 dollari al barile nelle ultime sedute — con punte a 109 dollari registrate a metà marzo, secondo i dati disponibili su Investing.com e Today.it — e il gas naturale al TTF di Amsterdam, dopo essere sceso sotto i 50 euro al MWh nelle fasi di maggiore ottimismo diplomatico, è risalito rapidamente. Un petrolio stabilmente sopra i 90-100 dollari, secondo alcune analisi pubblicate su Bluerating, potrebbe aggiungere tra 0,5 e 1 punto percentuale all’inflazione globale, con effetti particolarmente marcati per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche.
Oggi il Brent viaggia ancora sopra i 100 dollari al barile, il WTI si attesta sopra i 92 dollari.
Il contesto dei giorni scorsi: dall’euforia al risveglio
Il mercato ha vissuto una settimana fortemente emotiva. Lunedì 23 marzo — dopo un avvio in forte calo, con il FTSE MIB che aveva toccato un minimo intraday a 41.616 punti — le dichiarazioni di Trump su progressi nei colloqui con Teheran avevano innescato un rimbalzo, portando Piazza Affari a chiudere in rialzo dello 0,81% a 43.190 punti, come riportato da Soldionline e Sky TG24. Il DAX aveva guadagnato l’1,79%, il CAC 40 l’1,51%.
Mercoledì 25 marzo il recupero sembrava proseguire, con i listini che avanzavano sulla scia del miglior sentiment asiatico e delle speranze su Hormuz, secondo quanto riferito da Euronews e Il Sole 24 Ore. Ma la situazione si è complicata nuovamente nelle ore successive: l’Iran ha negato qualsiasi progresso nei negoziati, definendo le dichiarazioni americane una «operazione psicologica ormai logora», stando a quanto riportato da Reuters via Investing.com.

La seduta di oggi: cosa guardare
Questa mattina l’apertura europea si presenta in rosso, con il petrolio in rialzo di circa il 3% (WTI a 92,7 dollari, Brent a 105 dollari circa, dati MilanoFinanza). Sul fronte macroeconomico, l’attenzione si concentrerà sull’indice GfK della fiducia dei consumatori in Germania, sui dati analoghi in Francia e Italia, tutti indicatori che potrebbero risentire del clima di incertezza prolungato.
Lo spread BTP/Bund, dopo aver toccato 100 punti base nelle fasi di maggiore tensione, si è poi riportato in area 90-91 punti — con il rendimento del BTP decennale benchmark intorno al 3,93% e il Bund al 2,99% — ma rimane su livelli elevati e potrebbe muoversi ancora in giornata a seconda delle notizie dal fronte diplomatico, secondo quanto segnalato da Il Sole 24 Ore e ANSA.
A Piazza Affari potrebbero tornare sotto pressione i titoli bancari — già messi alla prova nei giorni scorsi — mentre il comparto energetico potrebbe offrire qualche spunto positivo in un contesto di petrolio alto. Da tenere d’occhio anche Telecom Italia, protagonista nelle ultime sedute dopo l’OPAS lanciata da Poste Italiane da 10,8 miliardi di euro per arrivare al delisting.
Lo scenario per i prossimi giorni
Il quadro rimane incerto e dipende quasi interamente dall’evoluzione geopolitica. Gli scenari possibili, come descritti da alcune analisi (Bluerating, Sbircialanotizia), sono essenzialmente tre:
Nello scenario base — accordo relativamente rapido — il petrolio potrebbe tornare gradualmente verso 65-75 dollari, permettendo ai mercati di recuperare terreno. Nello scenario di escalation — chiusura prolungata di Hormuz — il Brent potrebbe spingersi stabilmente oltre i 110 dollari, con pressioni inflazionistiche crescenti e potenziale revisione al ribasso delle stime di crescita dell’Eurozona. La BCE, che a marzo ha già lasciato i tassi fermi al 2,15% segnalando incertezza, probabilmente avrebbe poco margine di manovra. Infine, uno scenario positivo a sorpresa — de-escalation rapida — potrebbe innescare un rimbalzo deciso dei listini, che nelle ultime settimane hanno già dimostrato di saper recuperare velocemente sulle buone notizie.
Qual scenario si materializzerà è impossibile dirlo con certezza. L’indicatore chiave da osservare, probabilmente, non sono le dichiarazioni dei governi ma i movimenti effettivi delle petroliere attraverso lo Stretto.
