Lunedì mattina, i mercati europei si trovano probabilmente alle prese con uno degli avvii di settimana più difficili degli ultimi mesi. I dati che arrivano dalle piazze finanziarie del Vecchio Continente parlano chiaro: rosso diffuso, nessuna eccezione.

Il FTSE MIB di Milano scende dell’1,18% a quota 43.184, il DAX tedesco perde l’1,31% e si porta a 22.540, mentre il CAC 40 parigino cede l’1,09% a 7.723 punti. Anche Londra non è immune: il FTSE 100 arretra dello 0,93% a 9.970, e lo SMI svizzero lima uno 0,54% a 12.392.

Guardando oltreoceano, la seduta precedente di Wall Street non ha offerto spunti incoraggianti: l’S&P 500 ha chiuso a -0,87% (6.549 punti), il Dow Jones a -0,52% a 45.780 e il Nasdaq 100 ha lasciato sul terreno l’1,16% fermandosi a 24.072. Anche i mercati asiatici hanno sofferto, con il TOPIX giapponese che probabilmente rimane tra i più penalizzati, cedendo addirittura il 2,91% a 3.609 punti, e lo Shanghai Composite in calo dell’1,24% a 3.957.

Trump, i dazi e il rumore di fondo che non smette mai

Se c’è un elemento che probabilmente pesa quanto la crisi di Hormuz sulla psicologia degli investitori europei, è l’eterna incertezza che circonda le mosse commerciali di Washington. E nelle ultime settimane, il capitolo dazi si è arricchito di colpi di scena degni di una serie tv.

Tutto è partito il 20 febbraio, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito — con una maggioranza di sei giudici contro tre — che i dazi imposti dall’amministrazione Trump tramite l’IEEPA erano incostituzionali, in quanto il presidente non può imporre tariffe doganali senza il via libera del Congresso. La risposta di Trump non si è fatta attendere: sul suo social Truth ha annunciato l’innalzamento “immediato” dei dazi globali dal 10% al 15%, definendo la sentenza della Corte Suprema “ridicola, mal scritta e straordinariamente antiamericana”. Il Sole 24 Ore

La nuova tariffa si basa sulla Section 122 del Trade Act del 1974, che consente al capo di Stato di intervenire sulle tariffe per un periodo limitato di 150 giorni, fino al 24 luglio 2026, in presenza di gravi squilibri nella bilancia dei pagamenti. Dopo quella data, senza il voto del Congresso, i dazi dovrebbero decadere — ma è difficile scommettere su quello che potrebbe accadere davvero.

L’effetto sui mercati è stato, prevedibilmente, di ulteriore disorientamento. Secondo gli analisti di Equita, “l’incertezza non è scomparsa, è stata diluita”: il rischio esistenziale è stato rimosso, ma quello politico e negoziale resta intatto. La storia recente insegna che i mercati temono l’imprevedibilità più dei dazi in sé.

I numeri sembrano dare ragione a questa lettura. Secondo la Fed di New York, circa il 90% delle tariffe è stato pagato da cittadini e imprese americane, non dagli esportatori esteri che si suppone fossero il bersaglio. I posti di lavoro nella manifattura USA sono calati di circa 90mila unità rispetto a fine marzo 2025, e il deficit commerciale non ha mostrato inversioni strutturali.

Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la situazione rimane delicata ma forse meno catastrofica di quanto si temesse. I prodotti italiani venduti negli USA nel 2025 hanno comunque registrato un aumento, passando da 64,9 a 69,6 miliardi di euro, con un export che nonostante tutto ha chiuso l’anno in crescita del 3,3%. Un dato che, se confermato anche nei prossimi mesi, suggerirebbe una certa resilienza del made in Italy, almeno nel breve periodo.

Sul piano geopolitico più ampio, c’è chi inizia a intravedere un pattern nel comportamento di Trump. I giornalisti anglosassoni hanno coniato la sigla TACO — acronimo di “Trump always chickens out”, Trump fa sempre marcia indietro — per descrivere la tendenza del presidente a lanciare minacce fragorose che poi vengono ammorbidite sotto la pressione dei mercati o degli alleati. È andata così con i dazi del Liberation Day, alzati e poi ridimensionati, ed è andata così con le minacce sulla Groenlandia. La domanda che si pongono in tanti è: andrà così anche stavolta? Probabilmente sì — ma i mercati, nel frattempo, scontano ogni sussulto.

Il caso oro: il bene rifugio che non rifugia più?

La vera sorpresa della mattina — forse quella che più desta scalpore tra gli operatori — riguarda l’oro, che cede un pesante 5,66% a 4.212,18 dollari l’oncia. Paradossale, in un momento in cui ci si aspetterebbe la corsa ai beni rifugio.

L’oro ha toccato un massimo storico di 5.589 dollari per oncia a fine gennaio, poi ha subito una brusca inversione, scendendo fino a circa 4.551 dollari nel giro di poche settimane — una flessione vicina al 18,5% in meno di due mesi.

Cosa sta succedendo? Secondo gli analisti, probabilmente ci troviamo di fronte a una correzione tecnica dopo eccessi speculativi, non necessariamente a un’inversione strutturale. Il messaggio che emerge è chiaro: tassi alti e dollaro forte stanno prevalendo sulla funzione di bene rifugio. Chi guarda al lungo periodo, però, osserva un quadro diverso. Le fondamenta del trend rialzista non sono state intaccate.

Tra i fattori che potrebbero spiegare la pressione di queste ore, l’allontanamento di una prospettiva di tagli dei tassi a breve, l’eccessivo rialzo visto dalle quotazioni negli ultimi mesi e la finanziarizzazione spinta che porta volatilità e ne riduce il ruolo di bene rifugio. Tra le voci di mercato anche la vendita di attivi in oro da parte dei Paesi del Golfo.

Cosa aspettarsi nelle prossime ore

La settimana si apre senza catalizzatori positivi evidenti. I mercati sembrano ancora alla ricerca di un “pavimento” su cui appoggiarsi. Probabile che la volatilità resti elevata, almeno finché il quadro geopolitico non offre qualche segnale di distensione. Le dichiarazioni diplomatiche delle ultime ore potrebbero essere monitorate con attenzione maniacale dagli operatori.

Chi segue il mercato azionario europeo sa bene che in contesti simili è facile farsi prendere dal panico — ma è altrettanto facile perdere di vista i fondamentali di medio periodo. Come spesso accade, la verità probabilmente starà nel mezzo.

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